LA CITTA DI SAN PETRONIO NEL TERZO
MILLENNIO
Settembre 2000 -
brani tratti dalla
Nota pastorale del
Cardinale Arcivescovo
(...) 36. Le
"difficili sfide del nostro tempo" sono gi� in
atto, e la citt� di san Petronio deve commisurarsi con
loro senza panico e senza superficialit�: i generici
allarmismi non servono; ma tanto meno servono le
banalizzazioni ansiolitiche e le giulive minimizzazioni.
Riuscir� Bologna anche nel Terzo Millennio e a che
prezzo e con quali efficaci accorgimenti a conservare la
propria identit�, a svilupparsi secondo la sua vocazione
umana e cristiana, a irradiare ancora nel mondo la sua
civilt�? "Il Figlio dell'uomo, quando verr�,
trover� ancora la fede sotto le Due Torri?" (cf. Lc
18,8):l'inquietante interrogativo, che Ges� ha lasciato
senza risposta, ci aiuter� cos� attualizzato a
proseguire nella riflessione con la necessaria seriet�.
Le "sfide" che gi� ci sovrastano sono
principalmente due: il crescente afflusso di genti che
vengono a noi da paesi lontani e diversi; il diffondersi
di una cultura non cristiana tra le popolazioni
cristiane. Ne trattiamo distintamente nella forma pi�
chiara e succinta possibile.
1. La questione
dell'immigrazione
Una sorpresa
37. Dobbiamo riconoscere che il
fenomeno di una massiccia immigrazione ci ha colti un po'
tutti di sorpresa. � stato colto di sorpresa lo Stato,
che d� tuttora l'impressione di smarrimento e pare non
abbia ancora recuperata la capacit� di gestire
razionalmente la situazione, riconducendola entro le
regole irrinunciabili e gli ambiti propri di un'ordinata
convivenza civile. E sono state colte di sorpresa anche
le comunit� cristiane, ammirevoli in molti casi nel
prodigarsi ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste
finora di una visione non astratta, non settoriale,
abbastanza concorde. Le generiche esaltazioni della
solidariet� e del primato della carit� evangelica che
in s� e in linea di principio sono legittime e anzi
doverose si dimostrano piuttosto bene intenzionate che
utili quando non si confrontano davvero con la
complessit� del problema e la ruvidezza della realt�
effettuale.
L'annuncio
del Vangelo
38. Deve essere ben chiaro che non �
di per s� compito della Chiesa come tale risolvere ogni
problema sociale che la storia di volta in volta ci
presenta. Le nostre comunit� e i nostri fedeli non
devono perci� nutrire complessi di colpa a causa delle
emergenze imperiose che essi con loro forze non riescono
ad affrontare. Sarebbe un implicito, ma comunque grave e
intollerabile "integralismo" il credere che le
aggregazioni ecclesiali possano essere responsabilizzate
di tutto. Compito nostro inderogabile � invece
l'annuncio del Vangelo e l'osservanza del comando
dell'amore.
39. Prima di tutto l'annuncio del
Vangelo. Dovere
statutario della Chiesa Cattolica, e in essa di ogni
battezzato, � di far conoscere a tutti esplicitamente
Ges� di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e
risorto, oggi vivo e Signore dell'universo, unico
Salvatore dell'umanit� intera. Tale missione pu� essere
efficacemente coadiuvata, ma non pu� essere in alcun
modo surrogata da qualsivoglia attivit� assistenziale.
Essa suppone la nostra attitudine al dialogo sincero,
aperto, rispettoso con tutti, ma non pu� mai risolversi
nel solo dialogo. Pu� essere favorita dalla nostra
conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera
soltanto quando noi riusciamo a portare all'esplicita
conoscenza di Cristo quei nostri fratelli, che
sventuratamente ancora non ne sono beneficiati. Non
bisogna poi dimenticare che l'azione evangelizzatrice �
di sua natura universale e non tollera deliberate
esclusioni di destinatari: "Predicate il Vangelo a
ogni creatura" (cf. Mc 16,15), ci ha detto il
Risorto. E non � mai giustificata una rassegnata
rinuncia a questo proposito, nemmeno quando, umanamente
parlando, sembri poco prevedibile il conseguimento di
qualche risultato positivo: chi crede nella forza
sovrumana dello Spirito Santo, non desiste mai
dall'annunciare la strada della salvezza.
40. � molto importante infine che
tutti i cattolici si rendano conto di questa loro
indeclinabile responsabilit�, che essi hanno nei
confronti di tutti i nuovi arrivati (musulmani compresi).
Per essere per� buoni evangelizzatori essi devono
crescere sempre pi� nella gioiosa intelligenza degli
immensi tesori di verit�, di sapienza, di consolante
speranza che hanno la fortuna di possedere: �
un'effusione di luce divina, assolutamente
inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle
varie religioni e dall'Islam; e noi siamo chiamati a
renderne partecipi appassionatamente e instancabilmente
tutti i figli di Adamo.
41. Senza dubbio dovere nostro � anche
l'esercizio della carit� fraterna. Di fronte a un uomo
in difficolt� quale che sia la sua razza, la sua
cultura, la sua religione, la legalit� della sua
presenza, i discepoli di Ges� hanno l'obbligo di amarlo
operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete
possibilit�. Di questa responsabilit� noi siamo tenuti
a rendere conto al Signore; ma solo a lui, e a nessun
altro.
Approccio
realistico
42. Nel variegato panorama
dell'immigrazione, le comunit� cristiane non possono non
valutare attentamente i singoli e i diversi gruppi, in
modo da assumere poi realisticamente gli atteggiamenti
pi� pertinenti e opportuni. Agli immigrati cattolici
quale che sia la loro lingua e il colore della loro pelle
bisogna far sentire nella maniera pi� efficace che
all'interno della Chiesa non ci sono
"stranieri": essi a pieno titolo entrano a far
parte della nostra famiglia di credenti e vanno accolti
con schietto spirito di fraternit�. Quando sono presenti
in numero rilevante e in aggregazioni omogenee
consistenti, andranno sinceramente incoraggiati a
conservare la loro tipica tradizione cattolica, che sar�
oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti. Ai
cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono
ancora nella piena comunione con la sede di Pietro,
esprimeremo simpatia e rispetto. E, in conformit� agli
accordi generali e secondo l'opportunit�, potremo
favorirli anche dell'uso di qualche nostra chiesa per le
celebrazioni. Gli appartenenti alle religioni non
cristiane vanno amati e quanto � possibile, aiutati
nelle loro necessit�. Non va per� in nessun modo
disatteso quanto � detto nella Nota CEI del 1993: "Le comunit� cristiane,
per evitare inutili fraintendimenti e confusioni
pericolose, non devono mettere a disposizione, per
incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese,
cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure
ambienti destinati alle attivit� parrocchiali" (Ero forestiero e mi avete visitato 34).
Considerazione
generale
43. Possiamo aggiungere un'annotazione,
che riguarda da vicino soprattutto il comportamento
auspicabile dello Stato e di tutte le varie autorit�
civili. I criteri
per ammettere gli immigrati non possono essere solamente
economici e previdenziali (che pure hanno il loro peso).
Occorre che ci si preoccupi seriamente di salvare
l'identit� propria della nazione. L'Italia non � una
landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza
tradizioni vive e vitali, senza un'inconfondibile
fisionomia culturale e spirituale, da popolare
indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio
tipico di umanesimo e di civilt� che non deve andare
perduto. In vista di una pacifica e
fruttuosa convivenza, se non di una possibile e
auspicabile integrazione, le condizioni di partenza dei
nuovi arrivati non sono ugualmente propizie. E le
autorit� civili non dovrebbero trascurare questo dato
della questione. In ogni caso, occorre che chi intende
risiedere stabilmente da noi sia facilitato e
concretamente sollecitato a conoscere al meglio le
tradizioni e l'identit� della peculiare umanit� della
quale egli chiede di far parte.
44. Sotto questo profilo, il caso dei
musulmani va trattato con una particolare attenzione.
Essi hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui
poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di
famiglia incompatibile col nostro, una concezione della
donna lontanissima dalla nostra (fino ad ammettere e
praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente
integralista della vita pubblica, sicch� la perfetta
immedesimazione tra religione e politica fa parte della
loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se di
solito a proclamarla e farla valere aspettano
prudentemente di essere diventati preponderanti. Mentre spetta a noi evangelizzare, qui � lo
Stato ogni moderno Stato occidentale a dover far bene i
suoi conti. Cattolicesimo "religione nazionale
storica"
45. Da ultimo, sar� bene che nessuno
ignori o dimentichi che il cattolicesimo che non � pi� la
"religione ufficiale dello Stato" rimane
nondimeno la "religione storica" della nazione
italiana, oltre che la fonte precipua della sua identit�
e l'ispirazione determinante delle nostre pi� autentiche
grandezze. Perci� � del tutto
incongruo assimilarlo alle altre forme religiose o
culturali, alle quali dovr� s� essere assicurata piena
libert� di esistere e di operare, senza per� che questo
comporti o provochi un livellamento innaturale o
addirittura un annichilimento dei pi� alti valori della
nostra civilt�. Va anche detto che � una singolare
concezione della democrazia il far coincidere il rispetto
delle minoranze con il non rispetto delle maggioranze,
cos� che si arriva di fatto all'eliminazione di ci� che
� acquisito e tradizionale in una comunit� umana. Si attua un'"intolleranza
sostanziale", per esempio, quando nelle scuole si
aboliscono i segni e gli usi cattolici, cari alla
stragrande maggioranza, per la presenza di alcuni alunni
di altre religioni.
2. Il diffondersi di una
cultura non cristiana
46. Pi� dell'immigrazione, ci
interpella e ci sollecita a una risposta il diffondersi
tra le popolazioni di antica fede cristiana, come la
nostra, di una "cultura non cristiana". Il
fenomeno � evidente non riguarda solo Bologna: ha
dimensioni continentali e addirittura planetarie.
La cultura
estranea al cristianesimo
47. C'� prima di tutto una cultura che, pur non
essendo nativamente e programmaticamente ostile alla
visione cristiana, prescinde da essa ed � ad essa
estranea. C'�, per esempio l'affermarsi di una
razionalit� scientifico tecnologica, intesa a elaborare
un pensiero funzionale e operativo, che implicitamente
censura ogni approccio alla verit� in se stessa. C'� in
campo economico sociale l'emergenza di una
"globalizzazione" la quale non pu� non
preoccupare per le sue possibili conseguenze sul mondo
del lavoro che di fronte agli anonimi potentati
finanziari rischia di incorrere in un invincibile stato
di alienazione. C'� lo sviluppo sempre pi� sofisticato
dei mezzi di comunicazione: esso porta con s� il
predominio di una cultura visiva e intuitiva che �
prigioniera della percezione e dell'attualit�, a scapito
della riflessione personale, della memoria storica e
della capacit� di progettare il futuro. C'� la ricerca
di una "libert� senza verit�", che finisce
col mortificare la dimensione etica della vita. In
conseguenza di questa libert� incondizionata e vuota di
valori, l'uomo � insidiato nella sua stessa dignit� e
perfino nella sua sopravvivenza: le fantasie genetiche,
il crollo della natalit�, il disprezzo della vita umana
(soprattutto con la vergognosa legalizzazione
dell'aborto), la glorificazione delle devianze sessuali,
la corrosione dell'istituto della famiglia e il
permissivismo dilagante ne sono i segni pi� manifesti.
48. Si comprende agevolmente che in
questa multiforme tendenza culturale, che per larga parte
appare incontrastabile, molti aspetti non sono
accettabili; per� non tutto � perverso e non tutto �
irredimibile. Occorre
dunque un'abitudine alla valutazione e al discernimento,
che ci dica di volta in volta che cosa si possa
accogliere, che cosa si debba apertamente contrastare e
che cosa sia plausibile orientare cristianamente;
valutazione e discernimento che dovranno obbedire non a
criteri "politici" (come la determinazione a
cercare accordi e consonanze a ogni costo), ma
all'assoluta fedelt� nei confronti dell'immutabile
verit� rivelata e della nostra identit� di credenti.
L'attacco
esplicito al fatto cristiano
49. Oggi � in atto una delle pi� gravi e ampie
aggressioni al cristianesimo (e quindi alla realt� di
Cristo) che la storia ricordi. Tutta l'eredit� del
Vangelo viene progressivamente ripudiata dalle
legislazioni, irrisa dai "signori
dell'opinione", scalzata dalle coscienze
specialmente giovanili. Di tale ostilit�, a volte
violenta a volte subdola, non abbiamo ragione di stupirci
n� di aver troppa paura, dal momento che il Signore e i
suoi apostoli ce l'hanno ripetutamente preannunziata:
"Non meravigliatevi se il mondo vi odia" (1Gv
1,26). Ci si pu� meravigliare invece degli uomini di
Chiesa che non sanno o non vogliono prenderne atto: in
realt�, la sola cosa, di cui pu� temere chi � ben
deciso a operare nella fede, � l'insipienza dei
"figli della luce" i quali talvolta non si
accontentano di "rallegrarsi con chi � allegro e di
piangere con chi piange" (cf. Rm 12,15), ma
finiscono anche a smarrirsi con chi si smarrisce.
In
conclusione
50. In un'intervista di una decina
d'anni fa mi � stato chiesto con invidiabile candore:
"Ritiene anche Lei che l'Europa sar� cristiana o
non sar�?". La risposta di allora pu� aiutarmi a
chiarire il mio pensiero di oggi. "Io penso dicevo
che l'Europa o ridiventer� cristiana o diventer�
musulmana. Ci� che
mi pare senza avvenire � la "cultura del
niente", della libert� senza limiti e senza
contenuti, dello scetticismo vantato come conquista
intellettuale, che sembra essere l'atteggiamento
dominante nei popoli europei, pi� o meno tutti ricchi di
mezzi e poveri di verit�. Questa "cultura del
niente" (sorretta dall'edonismo e dalla
insaziabilit� libertaria) non sar� in grado di reggere
all'assalto ideologico dell'Islam che non mancher�: solo
la riscoperta dell"'avvenimento cristiano" come
unica salvezza per l'uomo e quindi solo una decisa
risurrezione dell'antica anima dell'Europa potr� offrire
un esito diverso a questo inevitabile confronto". (...)
Brani tratti da: SALUTO IN OCCASIONE
DEL CONVEGNO INTERNAZIONALE
SCIENZA E CONOSCENZA: VERSO QUALE RAZIONALITA'?
Marted� 5 settembre 2000, ore
15,30, Oratorio di San Filippo Neri, Via Manzoni 5
(...) Daltra parte, alla dignit� del Creatore
luomo attenta anche per la strada contraria di
unautoesaltazione che lo induca a pensarsi lui come
lassoluto e lincondizionato, non riconoscendo
nessuno sopra di s�; o quantomeno che gli suggerisca
lauspicio che Dio stia confinato oltre la zona del
nostro concreto esistere e dei nostri interessi.
Il contraccolpo gnoseologico di questa specie di
"arroganza metafisica" � di supporre che non
ci sia, o non sia attingibile, altra verit� che quella
attinta dalla ragione con le sole sue forze; o quantomeno
di negare " a priori" la possibilit� stessa di
una divina Rivelazione, contestando cio� un po
comicamente a Dio quel diritto a parlare nei modi e nelle
forme da lui liberamente scelte, che egli fieramente
rivendica per s�.
Questa � una tentazione che, almeno in maniera
implicita, sinsinua con qualche facilit� negli
uomini di pensiero, perch� � innegabile il fascino che
esercita sulluomo la prospettiva di possedere
lunica luce di conoscenza, di essere lui il
"signore della verit�", di potersi ritenere la
"misura di tutte le cose" (come diceva
Protagora). E il guaio - opposto a quello della
ragione "depressa" - della "presunzione
intellettuale", "quae mater est omnis
erroris" (per citare ancora una volta san Tommaso
dAquino).
Depressione e prevaricazione sono rischi diversi e
antitetici nei quali pu� incorrere la ragione naturale.
Sono diversi e antitetici, ma ambedue portano a uno stato
invalicabile di alienazione, perch� ci precludono il
senso ultimo della realt� e ogni speranza esistenziale
che non sia effimera.
* * *
La nostra aspirazione � che tra fede e ragione
cessino finalmente i malintesi, e anzi si addivenga a un
loro stabile matrimonio; un matrimonio che, se riuscir�
a superare le ricorrenti crisi per incompatibilit� di
carattere tra i nubendi, certamente gratificher� la
conoscenza integrale delluomo di una nuova
fecondit�.
La storia culturale e spirituale
dItalia - se ripercorsa senza censure o alterazioni
ideologiche - ci pu� offrire a questo proposito qualche
speranza, dal momento che le sue epoche pi� splendenti
sono contrassegnate appunto da quegli auspicati sponsali.
E stato autorevolmente notato che, se le cattedrali
di pietra sono una gloria soprattutto francese, le
cattedrali del pensiero sono segnatamente un vanto
italiano: Tommaso dAquino, Bonaventura da
Bagnoregio, Dante Alighieri - ispirati da una forte e
limpida fede in Cristo e nel suo Vangelo - hanno
innalzato monumenti alla verit�, al rigore speculativo,
alla bellezza che non temono confronti.
Tornare almeno ad ammirare
questi capolavori potrebbe essere un buon ricostituente
per il pensiero esangue e un po deperito dei nostri
tempi. (...)
Brani tratti da: SALUTO AI PARTECIPANTI AL
CONVEGNO:
"L'EUROPA DEL
9 MAGGIO 1950 HA CINQUANT'ANNI"
Sabato 13 maggio - ore 9,00-Sala dei
Carracci di Rolo Banca 1473
(...) L'odierna impressionante
povert� morale deve essere vinta con una rigenerazione
nutrita ai temi perenni e universali della nostra
tradizione.
Insieme coi cattolici, l'Italia
tutta � chiamata a ravvivare i suoi miracoli di civilt�
per ridonare all'Europa quel sentimento quasi messianico
che essa ha sperimentato in altre situazioni, congiunto
con una rinnovata attenzione ai valori trascendenti e con
un ricupero della classicit� senza i quali non �
possibile nessun rinnovamento profondo.
Questa consapevolezza di avere
una grande missione da compiere ci aiuter� a collocarci
nell'Europa unita non come una colonia culturale del
mondo anglosassone o come duplicato senza rigore e senza
originalit� della Francia o della Germania, ma con una
precisa identit� e con il convincimento di ripresentare,
per quel che � possibile, quanto l'Italia seppe compiere
ai tempi di San Benedetto, di San Fancesco, di Dante,
dell'Umanesimo, del Rinascimento e della Riforma
cattolica (amerei anzi dire della 'Riforma borromaica').
L'impresa � alta e difficile.
Ma, come sta scritto, 'questa � la vittoria che ha
sconfitto il mondo: la nostra fede' (cf. 1Gv 5,4).
Intervento al TERZO FORUM DEL PROGETTO
CULTURALE
della
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Con tema:
MUTAMENTI CULTURALI, FEDE
CRISTIANA E CRESCITA DELLA LIBERTA'
Venerd� 24 e Sabato 25 marzo - Pieve
di Cento (Bologna)
Quando il cardinal Giovanni Colombo, pi� di
venticinque anni fa, mi propose di diventare vicario
episcopale per la cultura, una delle mie obiezioni �
stata: "Ma io non so che cosa sia la cultura".
"Non preoccuparti - mi rispose - perch� non lo
sanno neanche gli altri".
Non so se le cose stiano ancora cos�. E
innegabile per� che quanti oggi parlano di
"cultura" d�nno quanto meno limpressione
che non assegnino sempre al termine lo stesso valore. I
significati sono diversi, a seconda di chi parla o
scrive; talvolta sono diversi addirittura entro lo stesso
discorso, la stessa pagina, la stessa frase. E cos� si
pu� dialogare e discutere anche a lungo sui programmi
culturali senza intendersi nemmeno sullargomento
del discorso; e perci� senza probabilit� di arrivare a
qualche conclusione plausibile.
Sono decine e decine le definizioni di cultura che
sono state date, ciascuna con qualche particolarit� sua
e con qualche elemento proprio. Non si pu� ovviamente
passarle qui tutte in rassegna; e tuttavia un minimo di
chiarificazione si impone, se si vuol affrontare senza
candidarsi alla disperazione il tema dei rapporti tra
cultura e fede, anzi tra cultura e "fatto
cristiano".
A questo fine mi affido, per cavarmela,
allipotesi che siano tre i sensi fondamentali in
grado di mettere un po dordine e di
orientarci (o almeno di preservarci dallo smarrirci)
nella foresta lussureggiante delle innumerevoli
accezioni.
La ragione precipua di questa pluralit� si pu�
ravvisare nella circostanza che la parola
"cultura" da un paio di secoli � andata
assumendo via via nuovi contenuti, che si sono aggiunti a
quelli precedenti senza metterli per� mai fuori uso.
Cos� alla concezione originaria, che abbiamo ereditato
dallantichit� classica, se ne � aggiunta nel
secolo scorso unaltra, mutuata dalle discipline
antropologiche ed etnologiche, e lungo il secolo
ventesimo una terza che privilegia la dimensione
ideologica, normativa, comportamentale.
Cercheremo in primo luogo di tracciare per ciascuna
delle tre concezioni unimmagine essenziale; cos�
potremo tentare, in secondo luogo, di capire quale spazio
e quale compito specifico possa e debba avere il
cristianesimo in tutte e tre le forme di cultura che
saranno state descritte.
I
I significati fondamentali
di cultura
1. La "coltivazione delluomo"
Allorigine c� una figura di derivazione
agricola: "cultura" � coltivazione
delluomo nella sua vita interiore. In questo senso
gi� Cicerone e Orazio parlavano di una "cultura
animi" e di una "cultura hominis".
Il concetto � pi� vasto di quello di
"paideia", che si riferisce alla prima et� e
allet� evolutiva. Qui si tratta dellintera
esistenza: luomo pu� e deve essere continuamente
arricchito in ogni sua stagione. Si tratta, per cos�
dire, di una progressiva "umanizzazione":
luomo diventa uomo in una misura sempre pi� ampia
e in unattuazione sempre pi� compiuta.
Questa "coltivazione" si realizza mediante
lassimilazione dei "valori assoluti";
vale a dire, il vero, il bene o il giusto, il bello. Solo
la verit�, la giustizia, la bellezza sanno nutrire
luomo, laiutano a crescere e ne fanno
sbocciare tutte le virtualit�.
Sempre restando in questa prospettiva, si pass� poi a
indicare con lo stesso vocabolo non solo lazione
del "coltivare", ma anche il suo risultato.
"Cultura" di un uomo � il suo patrimonio
spirituale acquisito: i suoi "guadagni"
intellettuali, morali ed estetici.
A cominciare dalla met� del Settecento, con la
progressiva esaltazione dellidea di
"popolo" e di "nazione", il termine
"cultura" acquista una dimensione, per cos�
dire, spiccatamente sociale. E si principi� a parlare
della "cultura" di un paese, di una gente, di
una comunit�, identificandola nei mezzi
"sociali" e nei risultati "sociali"
di questa attivit�: prima di tutto le scuole, gli
istituti di ricerca, le forme di comunicazione delle
idee; poi la produzione filosofica, letteraria,
artistica, musicale.
2. La somma delle "elaborazioni"
di un popolo
Dalla seconda met� del secolo scorso avviene un vero
e proprio capovolgimento. Si delinea un nuovo concetto
nel quale luomo non � pi� il destinatario e il
termine di unazione (come nella visione
"classica"), bens� il soggetto e il principio,
e non individualisticamente ma secondo una dimensione,
per cos� dire, corale. Il vocabolo comincia a
significare tutto ci� che, provenendo comunque da un
insieme di uomini, ne diventa possesso comune, proprio e
caratterizzante.
Non ha qui alcuna rilevanza il "valore"
intrinseco del prodotto. "Cultura" di un popolo
� la totalit� dei suoi elaborati e dei suoi
comportamenti. In questo senso si possono ritenere dati
"culturali", alla stessa stregua del Partenone
e delle opere di Platone, le selci scheggiate dei
primitivi, le fiabe dei pigmei, le consuetudini tribali
di convivenza, di alimentazione, di lavoro.
Ed � naturale che prevalga luso plurale del
termine: ci sono tante culture quanti sono i
raggruppamenti umani. Si pu� parlare, ad esempio, di una
cultura etrusca, di una cultura romagnola, di una cultura
indonesiana; e si pu� anche allestire un museo della
cultura contadina e della cultura montanara.
3. La "scala dei valori"
Da poco pi� di mezzo secolo si va imponendo
unaltra e ben diversa accezione: con il termine
"cultura" si intende una particolare
interpretazione della realt�, che assurge a criterio di
giudizio e di comportamento.
La parola viene cos� a indicare un sistema condiviso
di valutazione delle idee, degli atti, degli eventi; e
quindi anche un complesso di "modelli" di vita
socialmente esaltati o quanto meno socialmente accolti.
Ogni "cultura" intesa cos� comporta, come si
vede, una "scala di valori" proposta e
accettata entro un determinato raggruppamento.
In questo senso si pu� ravvisare, tra le molte, una
cultura collettivistica, una cultura liberistica, una
cultura radicale, eccetera.
Questa sommaria catalogazione dovrebbe ridurre i
rischi delle ambiguit� e dei malintesi nellimpresa
di cogliere i rapporti necessari o almeno possibili tra
il fatto cristiano e la sua auspicabile
"inculturazione". Torneremo dunque a esaminare
successivamente i vari concetti di cultura che sono stati
elencati, non pi� per se stessi ma allinterno di
questo problema specifico.
II
Le varie inculturazioni della fede
1. La "coltivazione cristiana
delluomo"
La Rivelazione, oltre a donarci una "teologia
antropologica", fondata sulla manifestazione
delluomo Cristo Ges�, immagine perfetta del Padre,
ci regala anche una "antropologia teologica",
che riconosce nel Figlio di Dio incarnato, morto per noi
e risorto, larch�tipo di ogni autentica umanit�;
ed � la sola antropologia davvero esauriente:
"Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova
luce il mistero delluomo" (Gaudium et spes
22), dice mirabilmente il Concilio Vaticano II, dal
momento che, aggiunge, "Cristo
svela pienamente
luomo alluomo" (ib.).
Sicch� � chiaro che la
"coltivazione" adeguata delluomo �
quella che nasce ed � nutrita dalla fede, cio� dalla
conoscenza che partecipa a quella che Dio ha delle sue
creature. Daltronde, secondo la parola di Ges�, il
primo e il vero e lunico coltivatore delluomo
� il Padre (cf Gv 15,1): ogni altra "cultura
hominis", che non sia in qualche modo riverbero e
attuazione nel tempo di quella del Padre, rischia sempre
di essere arbitraria e manipolante.
Anche la "coltivazione
cristiana" si avvarr� - come ha sapientemente
intuito gi� il mondo antico - del vero, del giusto, del
bello. Anzi, questi valori potranno e dovranno essere
ricercati per se stessi, senza sacralizzazioni superflue,
nella certezza che, quando sono autentici, sempre essi ci
avvicinano e ci conformano a Cristo, il quale � la
verit�, la giustizia, la misericordia, la
bellezza, divenute misteriosamente figura e realt� di
uomo attingibile e viva.
2. Il "patrimonio culturale cristiano"
Nei duemila anni della nostra storia, molti contributi
decisivi dati alla elevazione interiore delluomo e
molti tra i frutti pi� nobili e preziosi dello spirito
in tutti i campi (letteratura, arti figurative,
architettura, musica, filosofia, diritto, eccetera)
portano incaccellabili in s� i segni della loro origine
dalla fede cristiana. E il nostro "tesoro di
famiglia".
Il problema per la comunit� dei credenti � quello di
ridivenire consapevole - e quindi di reimpossessarsi
conoscitivamente ed emotivamente - di questa immensa
ricchezza.
Va poi notato - contro ogni tentazione di interiore
grettezza - che dobbiamo apprezzare e avvalorare come
provvidenziale nutrimento dellanima ogni
irradiazione di verit�, di giustizia, di bellezza,
dovunque appaia e comunque si manifesti.
Gli autori possono essere
intenzionalmente lontanissimi dalla militanza ecclesiale
(e noi li lasceremo rispettosamente dove vogliono stare,
senza battezzarli arbitrariamente), ma i loro
"valori", se sono sul serio "valori",
sono sempre cosa nostra, perch� oggettivamente sono
sempre riflesso della luce di Cristo; e tutti possono
confluire nella "cultura cristiana". Come dice
san Tommaso: "Omne verum, a quocumque dicatur, a
Spiritu Sancto est" (I-II, q.109, a.1, ad 1:
"Ogni verit�, da chiunque sia detta, viene dallo
Spirito Santo").
3. I "mezzi per la coltivazione
cristiana"
La "coltivazione cristiana delluomo",
se non vuol restare soltanto unastratta e vana
affermazione di principio, deve avere i mezzi per
assolvere i propri compiti.
E un argomento di eccezionale gravit�, e
andrebbe ampiamente trattato e vigorosamente affrontato,
in particolare alla presenza di uno stato e di altri
potentati di varia natura che sempre pi� estesamente
occupano gli spazi esistenziali e si impadroniscono degli
strumenti di comunicazione, di formazione, di
socializzazione, in palese contrasto col principio di
sussidiariet�.
In una societ� che non aspiri a
diventare un "regime" - comunque si denomini e
si colori - chi a diverso titolo detiene di fatto il
potere non deve tanto imporre una propria cultura quanto
favorire le culture delle legittime aggregazioni; tra le
quali la prima - sia per la sua determinante presenza
nella storia della nostra nazione sia per il suo
imparagonabile apporto al configurarsi di una identit�
italiana - � senza dubbio la realt� cattolica.
In ogni caso, anche nelle
situazioni esterne pi� svantaggiose, le comunit�
cristiane devono instancabilmente adoperarsi per la
sussistenza, lo sviluppo, laffermazione della loro
inconfondibile vita culturale.
4. La "cristianit�"
Una "cultura" nel senso
antropologio-etnologico che s� visto - e cio�
tutto il complesso degli "elaborati umani"
collettivi - va riconosciuta a ogni insieme di persone
individuabile come popolo. In essa trovano posto le
tradizioni, le costumanze, le forme di lavoro e di vita,
il folclore, i comuni prodotti dellingegno e
dellabilit� manuale, che una data gente ben
definita riconosce come propri.
Esiste un "popolo cristiano", socialmente
percepibile e identificabile come tale? O, che � lo
stesso, esiste una "cristianit�"?
Lindole stessa dellavvenimento cristiano
esige che la "comunione" - mistero trascendente
ed eterno - aspiri continuamente a farsi
"comunit�"; cio� una realt� compaginata,
commisurata al tempo e storicamente determinata.
La fede chiede - per intrinseco dinamismo - di
investire e trasformare tutto luomo in tutte le sue
dimensioni, personale, familiare, sociale. Perci� in
nessun momento della sua vicenda la Chiesa pu� mancare
di dare vita a una "cristianit�", secondo
forme che mutano col mutare delle epoche e dei luoghi ma
che non possono venire meno in assoluto.
La nostra attuale "cristianit�" potr�
anche essere di minoranza, diversamente da quella di
qualche secolo fa; ma non per questo deve essere meno
vivace e meno fortemente caratterizzata. E non potr� mai
delinearsi come fenomeno privo di permanenza nel tempo,
senza premesse e senza radici: essa sar� tanto pi�
vitale ed efficace quanto pi� sar� ispirata e
avvalorata non solo dai princ�pi eterni del Vangelo ma
anche dalla sempre desta memoria del suo passato.
Come si vede, il rilancio di una "cultura
cristiana" intesa cos� � condizionato dalla
ravvivata coscienza dellesistenza di un
"popolo cristiano", con la sua storia, le sue
consuetudini, le sue feste, le sue opere, le sue
multiformi manifestazioni.
5. La "scala cristiana dei valori"
Quando un raggruppamento umano arriva a riconoscere e
ad accettare comunemente quali siano i "valori"
dellesistenza e come vadano tra loro gerarchizzati,
si configura una "cultura" secondo
laccezione che in questi ultimi decenni � andato
sempre pi� imponendosi. E, a meno di ridurre il
cristianesimo a pura esteriorit� folcloristica o a mero
fatto di coscienza individuale, sar� incontestabile che
debba esistere ed essere pubblicamente proclamata una
"cultura cristiana" in questo senso, cio� una
"scala cristiana dei valori".
Qui bisogna dire che le comunit� cristiane devono
prepararsi ad affrontare a occhi aperti, senza chiusure
indebite ma anche senza irenistiche ingenuit�, le
tensioni e gli inevitabili contrasti tra le diverse
"culture" che di fatto convivono in una
societ� pluralistica.
Ci rallegremo di ogni
concordanza insperata e inattesa, e la onoreremo nei
nostri propositi operativi e nei nostri atti. Ma pi�
frequentemente dovremo registrare le dissonanze, facendo
bene attenzione a non sacrificare mai la verit� da cui
siamo stati misericordiosamente raggiunti e illuminati,
n� a compromettere mai la nostra inalienabile identit�.
E difficile e raro che convengano sulla stessa
scala di valori coloro che affermano e coloro che negano
un disegno divino allorigine delle cose; coloro che
affermano e coloro che negano una vita eterna oltre la
soglia della morte; coloro che affermano e coloro che
negano lesistenza di un mondo invisibile, di l�
dalla scena vistosa e labile di ci� che appare; coloro
che credono e coloro che non credono nel Cristo
crocifisso e risorto, Figlio unigenito del Dio vivente,
Salvatore unico e necessario delluniverso, Signore
della storia e dei cuori.
Noi non imponiamo a nessuno la nostra
"cultura". Ma nemmeno possiamo tollerare che
limposizione ideologica di una "cultura"
estranea ci snaturi o ci impedisca di esistere e di
crescere come popolo di Dio, redento dal sangue del
Signore Ges�, secondo la visione delle cose che noi
liberamente e razionalmente accogliamo nellatto di
fede.
Conclusione
Come si vede, il rapporto fede-cultura non �
estrinseco e occasionale: �, in qualche modo,
trascendentale, anche se � variamente attuato nel
succedersi delle epoche storiche e nel variare delle
situazioni.
La fede, restando fede, deve
farsi "cultura": lo deve a se stessa, alla
radicalit� e alla totalit� del rinnovamento che essa
introduce nelluomo e nellintero universo.
Essa non mortifica e non trascura nessuna delle
positivit� autentiche che incontra nel suo dispiegarsi
nel tempo e nel mondo; tutte anzi le assume, le purifica,
le esalta, le trasfigura in una "cultura"
originale e inequivocabile, mantenendo la sua tipicit� e
la sua irriducibilit�: le assume, le purifica, le
esalta, le trasfigura nella "cultura
cristiana".
Brani tratti da: OMELIA NEL "TE
DEUM" DI FINE ANNO
Venerd� 31 dicembre,
ore 18.00, Basilica di San Petronio
(...) Un po pi� di saggezza di quanto
lumanit� non abbia dimostrato in questi decenni,
in particolare per quel che si riferisce alle norme
fondamentali di comportamento, alla salvaguardia
dellistituto familiare, alleducazione delle
nuove generazioni e in genere al rispetto della retta
ragione. Ed �, questo, un auspicio accorato perch� -
come ha lasciato scritto Bonhoeffer prima di essere
ucciso da miserabili che credevano di essere superuomini
- "contro la stupidit� siamo senza difesa".
E un po pi� di piet�, dopo tutto il sangue
inutilmente versato nel Novecento, dopo le vite innocenti
legalmente sacrificate sullaltare
dellegoismo, dopo gli spaventosi genocidi
perpetrati dalle diverse ideologie anticristiane e quindi
antiumane. Nessuna epoca della
storia - quando la storia non sia infiorata di bugie -
pu� essere giudicata pi� crudele, pi� oppressiva, pi�
cruenta del secolo ventesimo; di quel secolo che pure era
iniziato proponendo con laicistico candore la religione
del progresso e il mito di una felicit� terrestre
universale.
La nostra attesa fiduciosa
perci� � che le innegabili conquiste della scienza e
della tecnica, nonch� la pi� ampia diffusione del
benessere economico e sociale, non vengano pi� attuate a
spese di ci� che nella natura e nella dignit�
delluomo � essenziale e primario.
Che cosa augureremo poi a quanti nel battesimo sono
stati consacrati al Padre, al Figlio e allo Spirito
Santo? Prima di tutto di riscoprire sul serio Ges� di
Nazaret per quello che �: lunigenito eterno di
Dio, che nel grembo di Maria � diventato per sempre
nostro fratello; il Signore della storia e dei cuori, che
� il centro e il senso dellunica nostra vita; la
sola speranza vera e non deludente, in un mondo che di
speranze vere e non deludenti non � in grado di offrirne
a nessuno. E poich� � lunico Salvatore di tutti,
a tutti deve essere da noi annunciato e testimoniato con
la franchezza del nostro dire e la coerenza del nostro
operare.
Il secondo augurio che ci
facciamo � di renderci conto della nostra fortuna di
appartenere alla Chiesa Cattolica, la quale � il
capolavoro di Dio: una realt� che riesce a essere santa
e senza macchia pur essendo composta da noi peccatori.
Essere membra vive del Corpo di Cristo deve tornare a
costituire la ragione della nostra gioia pi� intensa e
della nostra pi� motivata fierezza(...)
Brani tratti da: OMELIA NELLA SANTA MESSA
CONCELEBRATA
IN OCCASIONE DELLA FESTA
"IL SEMINARIO REGIONALE COMPIE OTTANT'ANNI"
Venerd� 10 dicembre 1999, ore 11,30 - Aula Magna
Seminario Regionale
(...) Il nostro tempo ha saputo
dare alluomo tanti ritrovati mirabili: per esempio,
la velocit� negli spostamenti, la diffusione domiciliare
delle notizie, i prodigi dellinformatica, nuove
sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste
fabbriche di chimere e di sogni. La sola cosa che non ha
saputo dare alluomo � proprio la speranza, la
quale anzi � andata nel mondo sempre pi�
affievolendosi. La speranza � merce che si va facendo
rara sul mercato dei valori oggi emergenti.
Ma per fortuna la speranza si
pu� ancora attingere qui, da ci� che � avvenuto nella
Santa Casa di Nazaret. Di qui si irradia la fiduciosa
certezza che c� sempre per tutti noi, se non lo
rifiutiamo, un aiuto contro tutte le difficolt� e tutte
le insidie. (...)
Brani tratti da: OMELIA
PRONUNCIATA AL CONVEGNO NAZIONALE
"PROGETTO CULTURALE,
PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO E RUOLO DEL LAICATO"
PROMOSSO DALL'UFFICIO
NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO DELLA CEI
Venerd� 28 maggio - ore 12.00 - Pieve di Cento
(...) Ogni uomo che davvero crede, trova qui la
sorgente di ogni vera e sostanziale uguaglianza: chi �
interlocutore di Dio, non � subalterno a nessuno, e pu�
trattare con ogni autorit� terrena e con ogni potere
nell'intima persuasione che nessuno � davvero pi�
grande di lui, dal momento che Egli pu� rivolgersi a Dio
chiamandolo padre.
Il sangue, il censo, la funzione sociale, la
propriet� non determinano la rilevanza di un uomo, pi�
di quanto non faccia la prerogativa che egli ha di
entrare in una relazione personale col Dio vivo e vero.
Non pu� mai essere intimidito o umiliato chi sa di
poter compiere tutto (tutto) nel nome del Signore Ges�,
rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Chi ha Ges� come suo Signore,
non riconosce e non accetta nessun altro padrone sulla
terra: n� il datore di lavoro, che non � un padrone dei
lavoratori ma � un fratello e un collega nel servizio
dell'unico Re; n� lo Stato, che, a lasciarlo fare,
finisce sempre coll'essere il pi� prepotente dei
padroni; n� i partiti, che, come tali, non hanno mai il
diritto di comandare niente a nessuno; n� l'ideologia,
che non pu� pretendere da noi nessuna adorazione, ma
anzi richiede di essere giudicata alla luce dell'eterna
verit� che ci � stata portaLa da Cristo (...)
(...) La convinzione della nostra precisa identit�
cristiana per� non ci isola affatto all'interno
dell'umanit� che lavora; al contrario proprio essa ci
consente di dialogare con tutti, conservando per tutte le
persone quel rispetto che nasce dall'amore sincero per
tutti gli appartenenti alla famiglia umana, specialmente
quelli che condividono con noi la nostra quotidiana
fatica.
Infatti il primo rispetto che dobbiamo avere verso i
nostri interlocutori � quello di presentarci a loro con
il nostro volto, con la chiarezza delle nostre idee, con
la sincerit� dei nostri intenti, senza mascherature o
abnormi contaminazioni delle dottrine.
La nostra franchezza e la nostra coerenza ci
permetteranno anche di offrire a tutti l'apporto
specifico delle ricchezze spirituali che ci vengono dalla
fede.
In primo luogo dobbiamo rianimare la speranza di
questo nostro popolo.
Si avverte di questi tempi come
una caduta di tensione verso qualunque traguardo, sicch�
il rischio � quello che si diventi tutti prigionieri di
una squallida filosofia del presente, che mira solo ai
vantaggi e ai piaceri immediati.
Siamo in un'epoca che per
qualche aspetto potrebbe essere forse definita
post-ideologica, nella quale le masse - pur restando
largamente inquadrate in rigidi sistemi di aggregazione e
di potere - non sembrano neppur pi� capaci degli erronei
sogni e delle ingenue illusioni di un tempo, e cos�
diventano (ed � una sorte pi� tragica) preda solo
dell'ossessiva aspirazione al benessere effimero e
dell'edonismo. (...)
(...) Non possiamo guardare
senza perplessit� alla cos� detta globalizzazione
delleconomia, per cui il mercato e il potere
finanziario non conoscono pi� confini, e danno
limpressione di non tollerare nessun influsso e
nessun controllo esterno al proprio ambito. In tal modo
capita sempre pi� spesso che la sorte delle imprese e
lavvenire dei lavoratori vengano decisi da
potentati anonimi, lontani e invisibili.
Noi non sappiamo se davvero questa sia una realt�
ineluttabile e fatale. Sappiamo per� che �
preoccupante.
Uneconomia senza barriere non deve diventare
anche uneconomia senza regole, senza attenzione
alloccupazione e alla disoccupazione, senza
sollecitudine per i disagi delle persone e delle
famiglie.
Il nostro auspicio � che la
globalizzazione non divenga il nome nuovo di
capitalismo selvaggio: sarebbe unaltra
sconfitta delluomo, immagine viva di Cristo.
Brani tratti da:OMELIA
NELLA FESTA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO
MESSA PER TUTTI I LAVORATORI CRISTIANI
Sabato 1� Maggio, ore 11,30, Cattedrale di San Pietro
(...) C� da augurarsi che
le malattie spirituali tipiche e pi� diffuse di
questultimo scorcio del Novecento e cio�
lirenismo che tutto appiattisce, il relativismo cui
� antipatica e insopportabile la verit�, soprattutto le
varie forme di religiosit� naturalistica che si
presentano come annunci di una "et� nuova" e
sono al contrario vecchie e ripetitive come le
inclinazioni degli uomini ad autoingannarsi non
sottraggano il Figlio di Dio alla nostra attenzione
adorante e al nostro amore appassionato ed esclusivo:
sarebbe un pessimo modo di celebrare i duemila anni della
sua venuta in mezzo a noi. Non solo per� nella sua
persona, anche nel suo "corpo" nella sua
"Sposa" che � la Chiesa in questo
vespro della civilt� cristiana Ges� corre il pericolo
di essere travisato, incompreso, immotivatamente
osteggiato. In effetti, quasi ogni giorno i mezzi di
comunicazione cercano di mettere la Sposa del Signore in
cattiva luce.
Questo rifiuto
"culturale" della Chiesa vorrebbe dire, tra
laltro, derubare la nazione italiana di una delle
radici storiche pi� indiscutibili della sua identit�.
* * *
Ma in questo primo maggio, dedicato
allesaltazione del lavoro umano, � naturale
percepire con sensibilit� pi� pungente i rischi che nel
nostro tempo Cristo corre nella sua immagine viva, che �
luomo: luomo nella sua vita, nella sua
intangibile dignit�, nel suo primato su tutte le diverse
realt� infraumane.
"Tutta la vita umana oggi corre seri pericoli. E
non solo per il perdurare delle guerre e il diffondersi
del ricorso agli attentati e alle stragi, come a mezzi di
lotta ideologica; ma anche per leutanasia, le
fantasie genetiche, la glorificazione delle devianze
sessuali, la corrosione dellistituto della
famiglia, il permissivismo in tutti i campi, la droga. Si
va inoltre logorando nella coscienza comune il concetto
di uomo come persona inalienabile e sacra. Tanto che
nella mentalit� di molti si arriva ad assimilarlo agli
animali, perfino moralmente e giuridicamente" (G.
Biffi, Dal Congresso al Giubileo, Bologna 1998).
* * *
Nellambito pi� propriamente sociale, il primato
delluomo sulle cose, sulle strutture burocratiche,
sul complesso mondo delleconomia, stenta ancora ad
affermarsi ed � almeno implicitamente disconosciuto nei
fatti. E sembra di intuire che alcune difficolt�
provengano da fenomeni eterogenei e antitetici.
Predomina ancora in Italia una
forte mentalit� statalista. Cos�, la centralizzazione,
la complicazione e leccessiva volubilit� delle
leggi, i diritti di veto troppo ampiamente assegnati agli
apparati e ai nuclei ideologici di potere, inceppano in
misura indebita liniziativa dei singoli e dei
gruppi, e fanno s� che molte legittime aspirazioni non
vengano soddisfatte.
Il principio di sussidiariet� chiaramente
enunciato da Pio XI fin dal 1931 attende ancora di
essere recepito e diventare efficacemente operante. E non
solo e non primariamente in riferimento alle varie
amministrazioni pubbliche subalterne, ma anche e
soprattutto in riferimento alle libere comunit� di
cittadini.
Posto davanti ai problemi
emergenti, lo stato italiano n� li sa affrontare
adeguatamente in presa diretta, senza viluppi decisionali
ed esecutivi, n� consente di fatto che le intraprendenze
non statali tentino di risolverli con il proprio coraggio
e la propria energia. Come dice Ges�, a proposito del
Regno dei cieli, agli scribi e ai farisei: "Non vi
entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che
vogliono entrarci" (cf. Mt 23, 13). (...)
Brani tratti da: INTERVENTO IN
OCCASIONE DELLA
XIV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU'
SABATO 27 MARZO 99 - PALADOZZA
(...) Quando si tratta di noi, delle nostre idee,
delle nostre iniziative, delle nostre organizzazioni, �
giusto essere comprensivi, accoglienti, pronti a
collaborare con tutti, capaci di apprezzare quanto di
positivo si incontra nel pensiero e nellagire degli
altri, anche dei pi� lontani. Difatti Ges� ci ha detto:
"Chi non � contro di voi, � per voi" (Lc
9,50).
Ma quando si tratta di lui, dellUnigenito del
Padre che � morto per noi ed � risorto, bisogna
decidersi. Ce lo ha insegnato lui stesso con una delle
sue frasi taglienti: "Chi non � con me, � contro
di me; e chi non raccoglie con me, disperde" (Mt
12,30).
Ma la questione di Cristo appare oggi annebbiata dalla
confusione che avvolge un po tutti: confusione
religiosa, confusione ecclesiale, confusione ideologica.
C� chi identifica il
dovere del dialogo, della tolleranza, anzi della cortesia
verso tutti con la rinuncia a cercare, a conoscere, a
difendere la verit�. C� chi scambia la
benevolenza che dobbiamo avere per tutti gli uomini e il
desiderio che tutti arrivino alla salvezza, con la
disponibilit� comoda e deplorevole a lasciare che tutti
restino tranquillamente nelle tenebre e nellombra
della morte" (cf Lc 1,79).
E c� chi, non volendo
assumersi la responsabilit� e limpegno di
decidere, si rifugia nel relativismo (che ritiene che
tutte le convinzioni siano interscambiabili, come i posti
sullautobus) e si persuade che si possa scegliere a
piacimento tra una religione e laltra, e
addirittura tra la verit� e lerrore, cos� come si
sceglie tra landare in vacanza al mare e
landare in montagna.
Ges� ha detto: "Chi non � con me, � contro di
me": dunque o gli si dice di s� o gli si dice di
no. Noi questa sera col nostro camminare pacifico e lieto
nel cuore della citt�, col nostro inneggiare al suo
nome, coi nostri canti di gioia, gli abbiamo detto di s�
davanti a tutti. Ci siamo spiritualmente associati alla
folla di Gerusalemme che coi rami di palma e di ulivo ha
osannato al Figlio di Davide; e labbiamo
riconosciuto come colui che viene a noi nel nome dl
Signore. (...)
Intervento al
Convegno "La passione per l'unit�": Vladimir
Solo'vev (1853-1900)
Sabato 4 marzo 2000 - ore 10,30 - Sala di rappresentanza
di Rolo Banca 1473
Vladimir Sergeevic Solovev: un profeta
inascoltato
Vladimir Sergeevic Solovev � morto cento anni fa, il
31 luglio (13 agosto, secondo il nostro calendario
gregoriano) dellanno 1900.
E morto sul limitare del secolo XX: un secolo
del quale egli, con singolare acutezza, aveva
preannunciato le vicissitudini e i guai; un secolo che
avrebbe per� tragicamente contraddetto nei fatti e nelle
ideologie dominanti i suoi pi� rilevanti e pi�
originali insegnamenti. E stato dunque, il suo, un
magistero profetico e al tempo stesso un magistero
largamente inascoltato.
Un magistero profetico
Al tempo del grande filosofo russo, la mentalit� pi�
diffusa - nellottimismo spensierato della
"belle �poque" - prevedeva per lumanit�
del secolo che stava per cominciare un avvenire sereno:
sotto la guida e lispirazione della nuova religione
del progresso e della solidariet� senza motivazioni
trascendenti, i popoli avrebbero conosciuto unepoca
di prosperit�, di pace, di giustizia, di sicurezza. Nel
ballo Excelsior - una coreografia che negli ultimi
anni del secolo XIX aveva avuto uno straordinario
successo (e avrebbe poi dato il nome a una serie
innumerevoli di teatri, di alberghi, di cinema) - questa
nuova religione aveva trovato quasi una sua liturgia.
Victor Hugo aveva profetizzato: "Questo secolo �
stato grande, il prossimo secolo sar� felice".
Solovev invece non si lascia incantare da quel candore
laicistico e anzi preannunzia con preveggente lucidit�
tutti i malanni che poi si sono avverati.
Gi� nel 1882, nel Secondo
discorso sopra Dostoevskij, egli parrebbe aver
presagito e anticipatamente condannato linsipienza
e latrocit� del collettivismo tirannico, che
qualche decennio dopo avrebbe afflitto la Russia e
lumanit�:
"Il mondo - afferma - non deve essere salvato col
ricorso alla forza
Ci si pu� figurare che gli
uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e
che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro
attivit� particolari; ma se questo compito � loro
imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale
e di incombente,
allora, anche se tale unit�
abbracciasse tutta lunanit�, non sar� stata
raggiunta lumanit� universale, ma si avr� solo un
enorme formicaio " (Edizione La
Casa di Matriona, pp. 65-66); quel
formicaio che in effetti sarebbe stato poi
attuato dallideologia ottusa e impietosa di Lenin e
di Stalin.
Nellultima pubblicazione - I tre dialoghi e
il racconto dellAnticristo, opera compiuta la
domenica di Pasqua del 1900 - � impressionante rilevare
la chiarezza con cui Solovev prevede che il secolo XX
sar� "lepoca delle ultime grandi guerre,
delle discordie intestine e delle rivoluzioni"
(Edizione Marietti p.184). Dopo di che - egli dice - tutto sar� pronto perch� perda di
significato "la vecchia struttura in nazioni
separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti
delle antiche istituzioni monarchiche" (p. 188). Si
arriver� cos� alla "Unione degli Stati Uniti
dEuropa" (p. 195).
Soprattutto � stupefacente la perspicacia con cui
descrive la grande crisi che colpir� il cristianesimo
negli ultimi decenni del Novecento.
Egli la raffigura nella icona
dellAnticristo, personaggio affascinante che
riuscir� a influenzare e a condizionare un po
tutti. In lui, come qui � presentato, non � difficile
ravvisare lemblema, quasi lipostatizzazione,
della religiosit� confusa e ambigua di questi nostri
anni: egli - dice Solovev - sar� un "convinto
spiritualista", un ammirevole filantropo, un
pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante,
un animalista determinato e attivo.
Sar�, tra laltro, anche
un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli
propizier� addirittura una laurea "honoris
causa" della facolt� di Tubinga. Soprattutto, si
dimostrer� un eccellente ecumenista, capace di dialogare
"con parole piene di dolcezza, saggezza ed
eloquenza" (p. 211).
Nei confronti di Cristo non
avr� "unostilit� di principio" (p.
190); anzi ne apprezzer� laltissimo insegnamento.
Ma non potr� sopportarne - e perci� la censurer� - la
sua assoluta "unicit�" (p. 190); e dunque non
si rassegner� ad ammettere e a proclamare che egli sia
risorto e oggi vivo.
Si delinea qui, come si vede, e
viene criticato, un cristianesimo dei "valori",
delle "aperture" e del "dialogo",
dove pare che resti poco posto alla persona del Figlio di
Dio crocifisso per noi e risorto, e allevento
salvifico.
Abbiamo di che riflettere. La
militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e
genericamente culturale; il messaggio evangelico
identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie
e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per
unorganizzazione di promozione sociale: siamo
sicuri che Solovev non abbia davvero previsto ci� che �
effettivamente avvenuto, e che non sia proprio questa
oggi linsidia pi� pericolosa per la "nazione
santa" redenta dal sangue di Cristo? E un
interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso.
Un magistero inascoltato
Solovev ha capito come nessun altro il secolo
ventesimo, ma il secolo ventesimo non ha capito lui.
Non � che gli siano mancati i riconoscimenti. La
qualifica di massimo filosofo russo non gli viene di
solito contestata. Von Balthasar ritiene il suo pensiero
"la pi� universale creazione speculativa
dellepoca moderna" (Gloria III, p. 263)
e arriva perfino a collocarlo sullo stesso piano di
Tommaso dAquino.
Ma � innegabile che il secolo ventesimo, nel suo
complesso, non gli ha prestato alcuna attenzione e anzi
si � puntigliosamente mosso in senso opposto a quello da
lui indicato.
Sono lontanissimi dalla visione solovievana della
realt� gli atteggiamenti mentali oggi prevalenti, anche
in molti cristiani ecclesialmente impegnati e
acculturati. Tra gli altri, tanto per esemplificare:
- lindividualismo
egoistico, che sta sempre pi� segnando di s�
levoluzione del nostro costume e delle nostre
leggi;
- il soggettivismo morale, che
induce a ritenere che sia lecito e perfino lodevole
assumere in campo legislativo e politico posizioni
differenziati dalla norma di comportamento alla quale
personalmente ci si attiene;
- il pacifismo e la
non-violenza, di matrice tolstoiana, confusi con gli
ideali evangelici di pace e di fraternit�, cos� che poi
si finisce collarrendersi alla prepotenza e si
lasciano senza difesa i deboli e gli onesti;
- lestrinsecismo teologico
che, per timore di essere tacciato di integrismo,
dimentica lunit� del piano di Dio, rinuncia a
irradiare la verit� divina in tutti i campi, abdica a
ogni impegno di coerenza cristiana.
In special modo il secolo ventesimo - nei suoi
percorsi e nei suoi esiti sociali, politici, culturali -
ha contraddetto clamorosamente la grande costruzione
morale di Solovev.
Egli aveva individuato i
postulati etici fondamentali in una triplice primordiale
esperienza, nativamente presente in ogni uomo: vale a
dire nel pudore, nella piet� verso gli altri, nel
sentimento religioso.
Ebbene, il Novecento - dopo una
rivoluzione sessuale egoistica e senza saggezza - �
approdato a traguardi di permissivismo, di ostentata
volgarit� e di pubblica spudoratezza, che sembra non
aver paragoni adeguati nella vicenda umana.
E stato poi il secolo pi�
oppressivo e pi� insanguinato della storia, privo di
rispetto per la vita umana e privo di misericordia. Non
possiamo certo dimenticare lorrore dello sterminio
degli ebrei, che non sar� mai esecrato abbastanza. Ma
sar� bene ricordare che non � stato il solo: nessuno
ricorda il genocidio degli Armeni a cavallo della prima
guerra mondiale; nessuno commemora le decine e decine di
milioni uccisi sotto il regime sovietico; nessuno si
avventura a fare il conto delle vittime sacrificate
inutilmente nelle varie parti del mondo allutopia
comunista.
Quanto al sentimento religioso,
durante il secolo ventesimo in oriente � stato per la
prima volta proposto e imposto su una vasta parte di
umanit� lateismo di stato, mentre
nelloccidente secolarizzato si � diffuso un
ateismo edonistico e libertario, fino ad arrivare
allidea grottesca della "morte di Dio".
In conclusione, Solovev � stato indubbiamente un
profeta e un maestro; ma un maestro, per cos� dire,
inattuale. Ed � questa, paradossalmente la ragione della
sua grandezza e della sua preziosit� per il nostro
tempo.
Appassionato difensore
delluomo e allergico a ogni filantropia; apostolo
infaticabile della pace e avversario del pacifismo;
propugnatore dellunit� tra i cristiani e critico
di ogni irenismo; innamorato della natura e lontanissimo
dalle odierne infatuazioni ecologiche: in una parola,
amico della verit� e nemico dellideologia. Proprio
di guide come lui abbiamo oggi un estremo bisogno.
Cardinale Biffi ed
immigrazione (tratto da: www.forzanuova.org)
L'autorit� episcopale argine della
dissoluzione civile. Lo sconvolto
"don"Vitaliano Della Sala, cappellano
leoncavallino e grottesco esponente dell'anarchismo
cattocomunista, si � rivolto alla Procura di Bologna
"perch� accerti se le pubbliche dichiarazioni di
Biffi (che sarebbe poi S.E. il Cardinale Biffi) non si
configurino come incitamento alla discriminazione
razziale e religiosa". Tale fatto, oltre che essere
l'ennesimo esempio di come i gruppi della "sinistra
antagonista" non siano altro che gli scherani del
sistema liberalcapitalista, dimostra anche la devastante
pericolosit� della "legge Mancino", brutale
strumento pseudogiuridico voluto da ben note e
identificabili lobby quale deterrente per ogni azione (o
anche, semplicemente, enunciazione verbale) tesa alla
difesa dell'identit� nazionale, culturale e religiosa
della Patria. � pertanto, trova ancora maggiore
giustificazione la validit� della scelta, compiuta da
Forza Nuova, di inserire fra gli otto punti del suo
programma l'abolizione di quella normativa subdola e
liberticida. Ma l'episodio citato all'inizio � anche la
rinnovata dimostrazione dell'assoluta ignoranza e della
totale perdita di raziocinio e buon senso da parte della
sinistra, tanto atea e laicista quanto (pseudo)
cristiana. La cabarettistica affermazione di
"don" Vitaliano ("come cristiano non posso
tacere") manifesta ci� che per costui ed i suoi
simili � il Cristianesimo: una sorta di melassa
buonista, tanto superficiale quanto empia.
San Tommaso e la sua dottrina politica? Boh!
Sant'Agostino e la "tranquillit� dell'ordine"?
Mai sentiti nominare! I loro maestri sono Fo e Grillini,
il loro Dio � quello "malato" di Veltroni, il
loro catechismo � il copione di "Tot� che visse
due volte", la loro eucarestia sono le canne di don
Gallo. Da parte laicista, al contrario, si grida al
"fondamentalismo" del Card. Biffi,
integralista, oscurantista e intollerante; e si invoca la
"laicit�" dello stato. Tuttavia, � proprio
qui che va in corto circuito la protesta
"politically correct". Infatti, l'Arcivescovo
bolognese non ha fatto altro che difendere la laicit�
dello Stato, assente nellIslam data la completa
fusione del piano naturale con quello sovrannaturale.
Ci� che egli ha denunciato � il pericolo di
un'invasione da parte di una cultura confliggente con la
nostra tradizione civile, sociale e giuridica e fondata
su princip� ed istituti (si pensi alla famiglia
poligamica, al diritto fondato non gi� sulla legge
naturale - base culturale e giuridica della civilt�
occidentale - bens� su quella coranica) incompatibili
con uno stato laico, fondato sulla giustizia e l'ordine.
Le isteriche e faziose strida di intellettuali e politici
"perbene" dimenticano che, in caso di
islamizzazione della nostra terra, la tanto amata
laicit� dello stato (in realt�, ci� che essi vogliono
� il laicismo cio� l'ateismo di stato!) finirebbe in
soffitta, cos� come l'altrettanto agognata
"societ� multiculturale", da costoro
teorizzata, sarebbe ugualmente impossibile. La realt� �
che proprio tale autentica smania paranoica (la gioiosa,
variegata, arlecchinesca societ� multiculturale,
multirazziale, multireligiosa, ecc.) costituisce l'ultima
frontiera dell'utopismo, dopo la caduta delle ideologie
progressiste. Alleata di fatto alle oligarchie
mondialiste (esse s� consapevoli della vera portata del
progetto dissolutorio globalista), l'utopia neocomunista
si balocca coi suoi allucinati sogni buonisti, rimanendo
cieca e sorda rispetto all'esperienza di ci� che, nel
concreto, il miscuglio da essa agognato inevitabilmente
determina. Tale caotico esito � invece evidentemente ben
chiaro agli occhi lungimiranti del Cardinale Biffi. Con
la sua coraggiosa predicazione, egli ha assolto
pienamente il mandato affidatogli, difendendo, con una
ferma messa in guardia, il gregge di cui � pastore.
Le parole delalto prelato sono il frutto di unantica
memoria storica e, dunque, costituiscono un prezioso
insegnamento. Ci� che egli ha denunciato - l'ignavia e
l'assenza, se non addirittura la connivenza,
dell'autorit� statale di fronte al pericolo
dell'invasione musulmana - ci riporta a una situazione
che l'Italia conobbe all'indomani della caduta
dell'Impero Romano d'Occidente. Allora la Chiesa si fece
carico dei bisogni anche materiali delle popolazioni,
assumendo, vista la latitanza di un efficace potere
temporale, la gestione civile e la difesa delle citt�.
Fra il VI e il VII secolo, vista la crescente
inettitudine delle autorit� civili bizantine, furono i
vescovi a ergersi contro le orde dei barbari e a far
fronte alle necessit� dei loro concittadini.
Incredibilmente, dopo due secoli di rivoluzione
anticattolica, oggi l'Italia e la Chiesa cattolica (se
vorr� essere degna di tal nome) si apprestano a vivere
uno scenario simile: lautorit� della Repubblica
italiana � ormai priva di sostanziale legittimazione,
poich� in conflitto con la legge naturale (vedi, in
particolare, la legalizzazione dell'infanticidio e, in
generale, la sottomissione alle esigenze del capitalismo
apolide) e, di fatto, sempre pi� impotente e latitante.
Nuovi e vecchi barbari stanno cambiando il volto delle
nostre citt�, occupando il territorio e provocando
rilevanti danni sociali.
All'orizzonte, nuove sciagure economiche ed emergenze
sociali si affacciano minacciose. Se, come pare, c'� in
Italia qualche religioso che voglia e sappia ripetere le
gesta di Gregorio Magno (che solo affront� la barbarie
longobarda, ergendosi, quale "console di Dio",
a detentore del potere anche civile), � giunta l'ora che
si alzi e lo dichiari: il popolo sapr� allora a chi
rivolgersi!
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